martedì 6 marzo 2012

L'era della noia


Per tanto tempo si è creduto che la politica in Italia assomigliasse alla tv: le discussioni accese, le risse, gli insulti, tutte cose viste e assimilate nei talk show e nei programmi di infotainment. Poi abbiamo scoperto che forse è vero il contrario. Cerchiamo di capirci qualcosa. Da qualche mese a questa parte molte cose sono cambiate in Italia. In Parlamento tutti i gruppi che si scannavano l'un l'altro ora votano compatti a favore del governo. C'è una tale unanimità che pare che si siano accordati anche per le mitiche riforme istituzionali di cui si è cianciato a vanvera per anni. Addirittura pare che Berlusconi abbia prospettato, per il 2013, un governo comune pd-pdl. Insomma, totale eliminazione dei conflitti politici. La cosa è singolare perché fa capire che le idee non hanno mai contato nulla, ci si accapigliava solo per principio, per partito preso, per dovere di schieramento. Ora tutti sono d'accordo su tutto. Merito di Monti, senz'altro, o meglio della crisi economica.
Ma questo ribaltamento ha prodotto una serie di effetti collaterali: la tv è cambiata, è diventata come la politica, segno che non era la politica ad assomigliare alla tv ma il contrario. La politica in Italia è senmpre stata così invasiva da aver contaminato ogni cosa. Prendiamo i talk show politici e anche i telegiornali. Avete notato come siano diventati noiosi? Da Ballarò a Santoro, da Formigli al tg di Mentana, tutti si sono appiattiti e hanno perso consensi in modo verticale. Sono diventati programmi di una noia mortale. L'assenza di conflitto ha portato all'ammorbamento. Nessuno tra la gente che fa la tv è riuscito a coniare nuove formule e nuove invenzioni per ravvivare la nuova fase e i programmi semplicemente sono diventati inguardabili. Lo steso vale per i giornali: sono diventati illeggibili. La politica oggi in Italia annoia, questa è la verità. E' un bene o un male? Dal punto di vista dello spettacolo è senz'altro un male. Forse dal punto di vista della crisi e delle cose da fare è un bene che ci sia questa unanimità. Ma per favore che qualcuno trovi nuove strade per farci rendere le cose della polita più interessanti!

lunedì 20 febbraio 2012

Toh, un capolavoro


Matt King è un marito distratto e un padre quasi assente, tanto che una delle due figlie, Alexandra, è una diciottenne ribelle e avviata su una brutta china. Matt è un avvocato e gestisce per conto della sua "dinastia" un patrimonio naturale alle isole Haway che sta per essere venduto per diventare un enorme centro turistico. Tutto seguirebbe questo destino segnato se non fosse che Elizabeth, la moglie di Matt, in un incidente di mare, finisce in coma all'ospedale e per lei non c'è più niente da fare se non decidere di staccare le macchine e darle la morte definitiva.
Matt è George Clooney, un attore che sa dipingere sul suo volto un'infinita gamma di sentimenti, situazioni, modi di essere. Sul viso di Matt infatti, transitano la contrarietà, la disperazione, la consapevolezza, la maturità, la sofferenza. E nella sua vita si affacciano prepotenti tutte quelle dinamiche che da uomo aveva trascurato. Ed ecco Matt essere costretto a diventare un padre, eccolo obbligato a fare i conti con la personalità e la sofferenza di sua moglie (scopre infatti che lei aveva un amante, un affarista che sta per acquistare il suo paradiso naturale). Insomma, Matt- George Clooney è costretto dalle circostanze a diventare un uomo, un uomo vero, padre e marito.
Niente di nuovo, probabilmente. Senonchè il film (Paradiso amaro il titolo italiano) è un film che fa (anche) ridere. Mentre vediamo le inquadrature ossessive di Elizabeth nel letto d'ospedale con gli occhi chiusi, la bocca aperta, il viso stravolto e i tubi attaccati (un'immagine davvero tremenda), attorno a lei l'umanità della sua famiglia impara a conoscersi. E lo fa attraverso poche parole, battibecchi veloci, litigate leggere. E lo fa attraverso visi estremamente significativi, ricchi di espressioni che parlano molto più di tante parole.E' questo il pregio migliore del film: far parlare poco i personaggi ma moltissimo i visi. E mischiare con un tocco pieno di grazia la tragedia e la commedia, il dramma e il divertimento. Insomma, si piange e si ride e la combinazione delle due cose è davvero una capacità rara.

venerdì 16 settembre 2011

Il potere delle rughe


Ovidio Marras guarda il sole davanti a sè: è alto, caldo, abbagliante. Il sole scava ancora di più le sue rughe, in quella faccia riarsa, abituata a ore e ore all’aria aperta, 82 anni di sole, acqua, vento, duro lavoro nella campagna con quell’aria resa salmastra dalla vicinanza del mare. La spiaggia di Tuierredda, sud ovest della Sardegna, per Ovidio è tutto: è la sua vita. E’ lì che ha vissuto tutti i suoi 82 anni,, su quel sentiero che da quella spiaggia, incontaminata, nascosta e quindi non toccata dal turismo, porta alla sua piccola casetta, poco più di una baracca, attorno a cui pascolano le sue sei pecore, in quel terreno in cui Ovidio cura l’orto che gli da i pomodori, i peperoni e le zucchine.
Eppure questo uomo, quest’anima semplice e antica, questo carattere duro ma soave nella sua ingenuità, insomma, Ovidio Marras, per qualcuno è un nemico.

Quel qualcuno è una società di nome Sitas. Dietro la Sitas, anzi, dentro la Sitas ci sono uomini del calibro di Gaetano Caltagirone, Claudio Toti, Luciano Benetton, il Monte dei paschi di Siena. La Sitas ha ottenuto i permesso per costruire, davanti alla splendida spiaggia Tuerredda, un mega albergo cinque stelle.
I lavori sono cominciati e sulla strada che Ovidio Marras percorre tutti i giorni è stato già costruito un rustico che sarà una dependance del mega albergo. Cosicché Ovidio per raggiungere la spiaggia deve fare un giro molto più lungo passando tra le ruspe, i sacchi di cemento ammonticchiati e tutte quelle diavolerie tecniche che renderanno irriconoscibile la sua amata spiaggia.
Certo, la Sitas ha provato a levarselo di torno Marras: gli ha offerto una signora cifra per abbandonare quella zona e spostare da un’altra parte le sue sei pecore, i quattro peperoni e le due zucchine. In fondo, con un bel po’ di soldi chiunque avrebbe accettato il trasferimento: avrebbe potuto incrementare il suo bestiame, allargare l’orto e persino costruire una nuova casetta, anche se distante da Tuerredda.

Chiunque avrebbe accettato, OvidioMarras no.
Quella faccia solcata dalle rughe, in cui ogni segno è una storia, la sua storia personale la vuole scrivere da sé e Marras ha deciso che è lì, alla Tuerredda che vuol finire la sua vita. Con l’aiuto di un avvocato, Marras ha fatto causa alla Sitas (sì, proprio Davide contro Golia) e l’ha vinta. Il giudice gli ha dato ragione e ha ordinato che il rustico costruiti sia abbattuto e che che se proprio vogliono costruire l’albergo, devono lasciare libera la stradina affinché Marras possa percorrerla tutti i giorni come fa da decine di anni.
La finanza è forte e detta legge, gli uomini di potere anche, ma le rughe di Marras hanno un’autorità e una dignità che non verranno mai scalfite. Viva Ovidio!

giovedì 12 maggio 2011

Furore


Ho letto “Furore di Steinback, un classico.
Non saprei mai far meglio di Italo Calvino nel definire cosa sia un classico. Questa per esempio è una magnifica osservazione:

“I classici sono libri che esercitano un'influenza particolare
sia quando s'impongono come indimenticabili, sia quando
si nascondono nelle pieghe della memoria
mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.”

Cioè i classici interpretano, in qualche modo, un’esigenza diffusa, un sentimento di appartenenza a qualcosa che spesso non è cosciente, ma si nasconde, appunto, nell’inconscio collettivo e individuale.
Aggiungerei che un classico è un libro che non muore mai, che ha sempre qualcosa da dire, che è talmente universale da scavalcare le epoche, i momenti storici, le attualità e a imporsi in qualunque stagione.
Ho pensato questa cosa leggendo “Furore”.
Per chi non l’abbia letto, “Furore” è la storia della trasmigrazione di una famiglia dall’Oklaoma verso la California, il periodo è quello della grande depressione americana, negli anni 30. La famiglia Joed (rappresentata da tre generazioni, dai nonni ai ragazzi) attraversa il paese con la speranza di chi vuole tornare a vivere, a lavorare, di chi vuole trovare la dignità e la felicità, giacchè nel loro paese non riesce più, a causa delle condizioni economiche disastrose, neppure a lavorare onestamente. Quindi la California è il loro mito, la loro speranza, il loro futuro migliore. M in California la famiglia Joed troverà solo il modo di sopravvivere: paghe da fame, padroni terribili, lavori da schiavi.
Un classico non muore mai, dicevo ed è in grado di rappresentare epoche diverse. Come non leggere in questa storia terribile, quella delle migliaia di immigrati che partono dai vari stati africani in cerca di fortuna? E arrivano in Italia speranzosi di trovare condizioni accettabili, lavoro, gente migliore e invece trovano solo ostilità, mancanza di lavoro, insulti, sfruttamento, criminalità?
La stria si ripete, forse. Ma un grande classico è in grado di interpretare i sentimenti dei singoli e le storie collettive di qualunque epoca. E “Furore” ancora oggi, ci fa aprire gli occhi e il cuore.

martedì 19 aprile 2011

Quello spaesamento di cui non sapremo mai...


Michel Piccoli è uno dei più grandi attori francesi, molto noto anche in Italia per aver lavorato sotto la direzione di Bellocchio, Scola, Ferreri e altri.
Adesso ha la bella età di 86 anni. Con la vecchiaia,i tratti si addolciscono, lo sguardo prende un'aria sognante o perplessa e gli occhi comunicano una dolcezza disarmante. Capita anche a Piccoli che nel suo ultimo film italiano (Habemus papam) interpreta il ruolo di un papa schiacciato dalla grandezza delle responsabilità affidategli. Il suo sguardo è sperduto, guarda i cardinali attorno a sè con l'aria di una persona indifesa, di uno a cui sta capitando qualcosa di più grande di lui. E più il film va avanti, più lui si sente inadeguato e i suoi occhi lanciano desideri di vita normale, si sveste dei paramenti e se ne va in giro per Roma come se, appunto, avesse un primario bisogno di aria nuova. Il personaggio di un uomo che non si sente adeguato al suo ruolo, che soccombe sotto il peso di aspettative impossibili è un bel personaggio, senz'altro la traccia ottima di questo film. Se poi a quel personaggio diamo la faccia spaesata di Piccoli, ecco che la strada sembra la migliore.
Nel film i cardinali, preoccupati per il rifiuto di comparire del nuovo papa, trovano uno psicanalista che possa curare quella defaillance imprevista. E fin qui tutto bene. Se non che lo psicanalista è Nanni Moretti, cioè una maschera comica. E qui la voglia di vedere quell'uomo spaesato, di capirne le motivazioni, di analizzarne la crisi, viene tremendamente delusa. Da quel momento il film è tutto su Moretti che peraltro dopo la prima seduta, smette di fare lo psicanalista, giacchè il papa se ne va in giro per Roma. Ci perdiamo quell'attore straordinariamente in parte (non è che non si veda più, lo perdiamo in senso narrativo) e seguiamo Moretti che col suo comportamento rende la psicanalisi una scienza da macchietta. Il ruolo di Moretti è davvero fuori luogo e per quanto ogni tanto dica o faccia delle cose divertenti, appare totalmente fuori contesto, mandando il film al macero. La bella occasione di capire quella debolezza umana, quello sconcerto del potere davanti alla propria coscienza viene vanificata sull'altare della psicanalisi resa articoletto da rotocalco (il "deficit di accudimento") e noi spettatori siamo costretti a concentrarci su un torneo di pallavolo. Ah, Piccoli, quanto avresti potuto dare in più e non ti è stato permesso...

lunedì 21 febbraio 2011

Perchè il palco di Sanremo è maledetto


Sono stato autore del Festival di Sanremo del 1998.
A Sanremo tutto è esagerato: è abnorme l’attenzione di giornali e tv (in relazione al tipo di evento), è spropositata l’attenzione del pubblico, è eccessiva l’importanza che tutti danno a quei quattro giorni.
In quei giorni del 98 stavo quasi sempre chiuso all’Ariston dove si scriveva, si lavorava e si pensava alle scalette e alle battute da dire nelle varie serate. Ma quelle poche volte che si usciva a far due passi per schiarirsi le idee si veniva colpiti in maniera fisica da questi eccessi. Ovunque in città troupe di televisioni grandi e piccole, torme di persone in attesa di vip e nip, gente accampata davanti agli alberghi che si accontentava di vedere passare chiunque avesse un qualunque rapporto con l’evento (“guarda, è il cugino del nipote di Albano!”).
Veniva un po’ da ridere a me che ogni tanto riuscivo a guardare questi fatti con un minimo di decente distacco.
Eppure il clima di Sanremo contagia tutto e tutti. E’ per tutti quelli che vi partecipano l’evento della vita. Non sono riuscito a capire se questo dipende dal clima che vi si respira oppure se è perché effettivamente Sanremo può determinare nel bene o nel male una carriera. Fatto sta che il palco di Sanremo è maledetto. Chi lo calca ne sente il peso, ne soffre l’enormità, è tormentato dalla responsabilità di essere riuscito a salirci sopra.
Quell’anno conduceva il Festival Raimondo Vianello ed io, che ho lavorato con lui per più di due decenni, per la prima volta, la prima serata del Festival, ho visto Raimondo emozionato. Non era mai successo con la prima di qualunque altra trasmissione. Ma lì, la prima sera, appema partita la sigla e Raimondo è comparso sul palco, io, che ero di fianco, dietro le quinte, che ho parlato con olui foino a un istante prima, che l’ho seguito mentre entrava in scena, beh, l’ho visto con la saliva azzerata e le parole che gli si inceppavano. In quel momento ho capito quanto è difficile uscire vivi dal Festival di Sanremo.
E in questi giorni un po’ mi viene da ridere quando sento le critiche per le gaffe, le incertezze di Morandi e degli altri. Impossibile non averne!
Superare quella prova è davvero difficile. Ed è difficile anche scrivere i copioni per Sanremo: trovare quell’equilibrio tra le canzoni in gara e lo spettacolo che non ti faccia annoiare dell’uno e dell’altro. Quest’anno ci sono abbastanza riusciti, mi pare.

domenica 20 febbraio 2011

Contraddizioni



Recentemente ho visto questo quadro al Museo Magritte di Bruxelles.
E' davvero un quadro emblematico dei nostri tempi: la contraddizione. Nel cielo è giorno, ma nel paesaggio è notte. Quante cose nella vita di ognuno di noi sono così stranamente contraddittorie?